mercoledì 4 marzo 2015

Intervista a Deborah Riccelli

Per non dimenticare.
La voce alle donne che non possono più difendersi

“Sono stata ispirata, sinceramente, da una frase ascoltata per caso e pronunciata dalla sorella di una delle troppe ragazze uccise, che diceva: nella mia famiglia non sarà mai più Natale, perché mia sorella non c’è più”.
Toccanti le parole di Deborah Riccelli quando si riferisce al suo libro Nessuno mai potrà + udire la mia voce.
Genovese di nascita, ottico per professione, ama da sempre la lettura e la scrittura.
Nel 2010 si aggiudica il Premio Speciale della Critica nel Concorso Nazionale di Narrativa e Poesia del Forte con due poesie che pongono davanti a due antitetiche realtà sulla violenza delle donne.
Ed infatti a Deborah stanno molto a cuore le vicende in cui imperversa il crimine familiare, lo stalking, le varie condotte persecutorie e le violenze di ogni genere.
“A chi hai dedicato questo libro?”.
“L’ho dedicato a lei, ad una ragazza uccisa a 19 anni dal suo ex ragazzo, Veronica Abbate, anche se il racconto è totalmente opera della mia fantasia e non è la sua storia. Ma  io sono convinta che possa essere la storia di tutte noi, che ognuno possa ritrovare un qualcosa di sé in Francesca, la protagonista, o la sua migliore amica, sua figlia, la nipotina, come pure può ritrovare qualcuno che conosce negli altri personaggi”.
“La storia quindi di una famiglia come tante?”.
“Sì, è la storia di una famiglia normale, quasi perfetta, a sfatare il mito di chi pensa che una cosa del genere non potrebbe mai accadergli… ecco perché nel racconto ha il ruolo di protagonista anche il dolore percepito dalla famiglia”.
L’autrice dona la parola alle vittime. La sua macchina da presa è insolitamente puntata però, non sull’io narrato, protagonista della storia passata, ma sull’io che narra, sulla sua attuale e straordinaria esistenza post mortem. Riemergono i momenti felici della breve esistenza, l’incredibilità per la violenza subita e la volontà di giustizia per le altre vittime che fanno riflettere il lettore.
Un racconto molto emozionante, in cui “a parlare è la giovane Francesca, trovata uccisa in un fienile la notte successiva a quella di san Valentino. È lei a raccontare perché ha rivisto Gabriele proprio la sera dopo aver festeggiato con Giacomo, il nuovo ragazzo, con cui viveva finalmente una storia d’amore non nevrotica. È lei a spiegarci che Gabriele l’ha uccisa semplicemente perché non voleva che si staccasse definitivamente da lui. Gabriele, il primo amore che l'ha sedotta al primo sguardo, ma tradita per anni, sempre mentendole e sempre cercandola. E è Francesca, tenera e preoccupata, a osservare la sorella Sarah, la madre e il padre e le amate amiche che, prima di trovare il cadavere, sperano di ritrovarla viva".
Una voce dunque che viene dall’aldilà, forte e autentica.
“Dedico il mio libro anche al coraggio della sorella di Veronica Abbate, Ilenia e dei suoi genitori, ai quali si deve la nascita delll'associazione V.E.R.I., diminutivo di Veronica, ma anche acronimo di Verità, Emancipazione, Rispetto e Impegno, associazione che nel maggio del 2013 è riuscita ad ottenere, nel casertano, una casa sottratta alla camorra e ne ha fatto un rifugio per donne maltrattate. All’associazione andranno inoltre devoluti i diritti d’autore”.
L’autrice Deborah Riccelli infatti, non solo rivolge la sua attenzione alle vittime, ma anche ai parenti.
“Ho visto la solitudine di tante famiglie dopo l’omicidio e vorrei poterle aiutare in qualche modo. Personalmente ho militato per anni in un centro antiviolenza, come volontaria, dove oltre all’ascolto attivo prestato alle donne vittime di violenza, mi occupavo dell’ufficio stampa e dei rapporti con il pubblico. Ma mi sono resa conto di quanto menefreghismo ci sia in giro se solo si prova ad andare oltre al fatto di cronaca al quale tutti sono, oserei dire,  morbosamente interessati. Ho deciso allora di fondare con la collaborazione di alcuni volontari ed esperti del settore,  Oltreilsilenzio Onlus Centro Antiviolenza di Genova, un’Associazione nuova nel suo genere perché non solo si occupa delle vittime che subiscono violenza, ma anche del supporto psicologico e legale delle loro famiglie, troppo spesso abbandonate a se stesse dopo il clamore mediatico che inevitabilmente le coinvolge”.

E per non dimenticare, è proprio lei a donare  la voce alle donne che non possono più difendersi, Deborah Riccelli.
                                                                                                         Ellybetta 

mercoledì 25 febbraio 2015

Intervista a Luca Malaguti

“Dall’animo inquieto credo che escano i pezzi migliori”

È un fedelissimo fan di Dylan Dog, infatti lo segue con passione da tempo; Luca Malaguti, un originale scrittore nativo di Argenta, in provincia di Ferrara.
“Da quando hai iniziato a dilettarti nella scrittura?”.
“Da sempre. Già a sei anni, alle elementari, vinco un concorso di poesia (quando la rileggo rido ancora a crepapelle. Che bei ricordi…) , dopodiché nel corso degli anni mi sono dedicato con costanza alla lettura dei classici della letteratura e alla scrittura di brevi storielle, così per ammazzare il tempo. Tutto materiale che metto da parte”.
“Ma poi?”.
“E poi arriva il servizio di leva. Decido di fare il poliziotto e si interrompe per un poco di tempo la scrittura”.
“Perché?”.
“Perché girare l'Italia come una trottola, purtroppo non mi concedeva il tempo per altre cose”.
“Però non hai demorso?”.
“Certo! Mi sono riappropriato del mio tempo e ho ripreso in mano la penna, dedicandomi a numerosi laboratori di scrittura creativa. Nell'ordine: con la scrittrice Adriana Lorenzi, con lo scrittore Roberto Pazzi, tre laboratori con lo scrittore Davide Bregola e uno che comincerò il mese prossimo a Mantova. Inoltre uno con Stas Gawronsky, uno a Bologna con Gianluca Morozzi con la pubblicazione dell'antologia Strade, edita da Fernandel. Una collaborazione con Massimo Carlotto per la stesura di una trama per un romanzo Noir. L’incontro con l'editore Delmiglio di Verona e la pubblicazione di altri racconti in varie antologie, la più importante delle quali Nero per N9ve che verrà presentata nell'ultimo Salone del libro di Torino”.
“Un premio che più ricordi?”.
“Quello nel 2013, dopo varie finali ad altri concorsi letterari, in cui ho vinto la XXI edizione del premio letterario internazionale Inter Lingue città di Aosta con il mio racconto Turno di notte, che si trova nell’antologia Mystery della casa editrice Keltia”.
“Per scrivere credi che bisogna avere l’animo sereno o anche con un animo inquieto si può trovare ispirazione?”
“Con entrambi, ma da quello inquieto escono i pezzi migliori”.
“Quanta importanza hanno per te le illustrazioni grafiche inserite in un libro? Pensi che se ci siano cambi o meno qualcosa?”
“Credo che arricchiscano”.
“Ed ora?”.
“Adesso mi sono preso un periodo sabbatico per portare a termine il mio primo romanzo, di genere prettamente Noir, anche se talvolta mi lascio trasportare dal gotico”.
                                                                                               Ellybetta 


domenica 8 febbraio 2015

Intervista ad Alessandro da Soller

Alessandro da Soller ed Il segreto del torrione

Nel suo libro “Il segreto del torrione”, Alessandro da Soller narra di Massimo Pocuzzi, capo della Procura di Roma, che si tuffa in un’indagine imprevedibile. Il capitano dei carabinieri Fulvia Nello e l’ex Col Moschin Marco Denni trovano uno scheletro umano in una chiesa mitraica sotto la Basilica di Santa Maria in Trastevere. In un crescendo di retroscena e passaggi al fulmicotone, Cia, KGB, Servizi Segreti e Vaticano, trasportano in un giallo fantapolitico che svela segreti inconfessabili sullo sfondo della millenaria capitale…
Interessato alla vita, Alessandro da Soller, ha studiato ragioneria, ottica, scienze politiche e geografia rendendosi conto però in  età matura che quello che lo interessava di più era invece la storia contemporanea.  Allievo di Gian Franco Lami, ha approfondito negli anni i trattati sulla storia della scuola di Francoforte, ma anche gli scritti di Voegelin, per passare poi allo studio dell’ideologia che permise la nascita delle varie formazioni terroristiche italiane degli anni settanta e del complottismo internazionale.
“Alessandro, quando e come è iniziata la tua passione per la scrittura e quale tipo prediligi?”
“ La passione per la scrittura inizia da giovane, attorno ai venti anni. Mi divertivo a riempire i post it con cui avevo tappezzato una parte della mia stanza con pensieri, opinioni ed estemporanee rubate da momenti di vita, drammi e pensieri volanti. La cosa iniziò per gioco, per poi sfociare in un interesse collettivo che prese anche i miei amici. Ognuno che passava a casa mia scriveva qualcosa su un foglietto. Spesso le persone rispondevano dopo alcuni giorni a domande che erano state loro rivolte. Amo tutti i generi di scrittura, o almeno, provo a confrontarmi con ogni tipo di argomento. I thriller mi divertono molto, così come la letteratura in genere. Mi piacciono anche le biografie”.
“Oltre alla scrittura sei appassionato di musica. Sei stato allievo di Roberto Ottini, Stefano Cogolo e Roberto Quattrini. Quale genere musicale ti attrae maggiormente e perché?”.
“Apprezzo diversi generi musicali. Legarsi ad uno solo è impossibile. Sicuramente tra i miei preferiti ci sono gli stili jazzistici del Bebop e dell’Hard Bop, il progressive inglese degli anni settanta, il blues, il funky ed il rock. Da ascoltatore amo tutto quello che riesce a miscelare tecnica compositiva, ritmo, espressione melodica e virtuosismo solistico”.
“Il tipo di strumento musicale che più ti affascina?”.
“Mi affascinano tutti gli strumenti musicali. Ognuno ha la sua storia, le sue peculiarità e le sue difficoltà. Suono il sassofono da molti anni, quindi dovrei dirti che quello è il mio strumento preferito, ma non sarebbe vero. Amo molto anche il pianoforte, la chitarra, il contrabbasso e la batteria”.
“Il tuo libro parla della nostra Capitale che attualmente si è resa protagonista di vicende fantapolitiche reali… credi che la realtà dei giorni nostri possa superare persino la fantasia descritta in un romanzo?”.
“La realtà supera spesso la fantasia e viceversa. Scrivere un romanzo che parla di un complotto fantapolitico, è semplice in un paese come il nostro, dove è successo di tutto. Dall’omicidio di uno stimato politico ai retroscena che si trovano nei meandri di una burocrazia legata a poteri inconfessabili. Dietro le mura del Vaticano, non sempre si trova la limpidezza che ci si aspetterebbe”.
“Alessandro, nel 2015, hai scritto un altro libro, quale?”
“Si, Anima semiseria. Si tratta di una raccolta di racconti scritti in questi ultimi tre anni, tra cui diversi hanno ricevuto dei premi in concorsi letterari. Ne sono 18 ed hanno appunto una trama semiseria”.
“Sono racconti di vita vissuta?”
“Non solo, anche fantasticata”.
“Ma quali storie preferisci narrare?”
“Mi piace molto raccontare storie di vita femminili. Ad esempio vi è un racconto che si chiama Uno spasimante poco rassegnato, in cui favoleggio la storia di una ragazza di Tor Pignattara a Roma, una donna con figlio che ama leggere, ha studiato ed apprezza il buon jazz, ma che al momento del bisogno, diventa una donna dura. Come quando va a far pagare caro il comportamento di un ragazzo di famiglia alto borghese che si è permesso di picchiare una sua amica. Insomma mi piace raccontare di donne che sono intellettualmente valide, ma sanno anche menar le mani”.
“Le tue storie in questo libro, dunque sono semiserie. Nella vita, invece come bisognerebbe essere?”
“Penso che chi non sa scherzare, non sa essere neppure serio!”.
                                                                                                  Ellybetta
                                                                          


                                                                                                   

giovedì 29 gennaio 2015

Intervista ad Enzo Pellegrino

Scrivere e dipingere con filosofia

Enzo Pellegrino, laureato in Filosofia alla Statale di Milano e docente nei Licei, si è impegnato in varie ricerche improntate alla mafia, al razzismo e alla droga.
“Oltre questi temi così importanti, a quali Enzo hai rivolto le tue attenzioni?”.
“Ho alternato anche temi meno impegnati, quali più leggere storie d’amore, organizzando un laboratorio di scrittura creativa dove i ragazzi, nello smarrimento dell’età incerta, hanno potuto raccontare le loro emozioni”. 
Enzo Pellegrino ha pubblicato volumi di ricerca e testi narrativi: Il fantasma del diverso (Grafis ’90), Malophori (EM Telemaco ’91, II edizione ’92), Figli di luna bastarda (Tracce ’93), Lettere d’amore sottobanco (a cura Pendragon ’98), L’amore che ti spetta (Pendragon ’00).
Le sue ricerche e i suoi libri non solo sono stati recensiti dai maggiori quotidiani come La Repubblica, Il Resto del Carlino e L’Unità e presentati in trasmissioni televisive su Canale5 e Raitre, alcuni tradotti anche in pièce.
Al Concorso Internazionale Artistico Letterario “Ambiart” ha ottenuto il Primo Premio Assoluto “Ettore Majorana” per la sua opera “Mater dolorosa”.
“Oltre alla scrittura, hai altri interessi?”.
“Parallelamente ho coltivato la passione per l’arte figurativa, infatti ho frequentato l’Accademia delle Belle Arti di Bologna”.
“Quindi hai anche la passione per la pittura, infatti hai esposto molte tue opere in numerose gallerie, fiere e teatri italiani. Ma se tu dovessi scegliere tra l’arte dello scrivere e quella del dipingere, attraverso quale delle due senti di esprimerti al meglio?”.
“In questo momento la pittura è la mia attività prevalente, anche perché sono alla ricerca di nuove forme e rinnovato colorismo. Comunque la scelta tra pittura e scrittura mi è difficile, quasi impossibile, perché non c'è rottura o discontinuità tra le due arti almeno per me. Dicono i critici che i miei dipinti sono delle narrazioni e del resto mi capita di descriverli, come qualche volta hai potuto notare, Elly, vedendo i miei post”.
“Uno stato d’animo inquieto lo tradurresti con dei colori? Ed uno tranquillo?”.
“L'inquietudine è notoriamente rappresentata dai colori scuri e freddi; Goya e Munch ne sono stati maestri. La tranquillità è più nei colori caldi, rosa, giallo, pastelli insomma.  Comunque in un dipinto, come nella scrittura, non è il "timbro" che rappresenta appieno lo stato d'animo, piuttosto è l'azione, il movimento, la prospettiva, il contesto”. 
“Quali sono le tonalità che prediligi nei tuoi dipinti?”.
“Le tonalità cambiano con il tempo, gli stati d'animo, il soggetto, la tipologia del dipinto. In passato ho usato molto i fondi scuri in cui far risaltare le figure alla maniera si parva licet... caravaggesca.  In questo momento lavoro su toni più caldi e tenui e molto azzurro, più consoni ai paesaggi che sto dipingendo. Mi piace molto disegnare a carboncino che dà possibilità di infinite di sfumature”.
“Pensi che i sentimenti risultino espressi in modo più efficace con un astratto o immagini reali?”
“I sentimenti credo che si esprimano con più efficacia in una forma, quindi con il figurativo. Del resto sono sedimentazioni, stratificazione di un pathos che richiede un racconto, la cattura in una forma.  L'astratto invece è più uno stato d'animo, il guizzo di un attimo, un'improvvisazione.  Anche se è vero che ci sono degli "Improvvisi", specialmente in musica con Chopin e Scriabin, che sono diventati forme, cioè eterni”.
“Cosa o chi ancora non hai dipinto e vorresti in futuro realizzare in una tua opera?”
"L'albero della memoria, sì, questo vorrei realizzare a partire dalla primissima infanzia. Non l'elenco dei fatti o dei ricordi, ma la compenetrazione in quelle sensazioni, negli stati d'animo di quel tempo. Ahi, sempre il grande padre Tempo in agguato! Insomma vorrei recuperare il bambino che sono stato…”

                                                                                                     Ellybetta

mercoledì 28 gennaio 2015

Intervista a Pierino Rinaldi

La musica nel cuore

Pierino Rinaldi, cantautore nativo di Locorotondo (Ba), colpisce per il suo animo sensibile e le emozioni che trasmette attraverso le sue canzoni.
Numerose le sue composizioni: A' maluoche; Nan tutte cangene strède; Ayire y yousce; Volevo ridere e volevo scherzare; Il dolore degli altri è dolore a metà (primo cd  che ha per titolo una frase di una canzone di Fabrizio De Andrè); Per quanto voi vi sentiate assolti, siete per sempre coinvolti (secondo cd il cui titolo da una frase di de André); Raccolta; Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori (ultimo cd sempre con una frase di De André); Avere voglia ed Il vento dell'amore.
“Da quando hai iniziato a comporre Pierino?”.
“Da molto tempo…, da più di trent’anni…”.
“Oltre De André, a quali artisti ti ispiri?".
“Ho imparato a suonare e a comporre ascoltando ed amando le canzoni di Fabrizio De Andrè, ma mi piacciono anche Van Morrison, Leonard Cohen e Johnny Cash”. 
“Ricordi le tue prime canzoni?”.
“Le mie prime canzoni sono Ricordi sbagliati, A’ maluoche, Ti dimenticherai di me e tante altre che non ho mai pubblicato”.
“Quindi hai composto moltissime canzoni da perdere quasi il conto, ma cosa ti spinge verso la musica?”.
“Scrivo canzoni perché mi piace farlo. Le scrivo prima di tutto per me stesso, ma cerco anche di fare una musica che possa piacere principalmente a chi l’ascolta, specialmente agli amici. Compongo canzoni non per venderle; le mie sono canzoni di tutti”.
“Come nascono dunque?”.
“Alcune le ho composte da poesie di amici, altre da libri. Ormai scrivo da molto tempo. A volte mi sono preso delle lunghe pause, altre quasi non volevo più né scrivere né suonare”.
“E adesso?”.
“Ultimamente ho deciso di continuare perché non saprei proprio stare senza scrivere canzoni!”.
“Allora per te hanno davvero un significato particolare! Quale?”.
“Sono un modo per evadere, un modo per sognare…”.
“La tua ultima creazione?”.
“Si tratta di un cd fatto artigianalmente, sì in casa come si fa il vino o una massaia farebbe il pane! È un cd che raccoglie amore, protesta ed anche un legame con la mia terra: Il vento dell’amore. Ho impiegato un anno per completarlo ed essendo l’ultimo, è quello che mi piace di più”.
“E la canzone che preferisci?”.
“Ti aspetterò”.
Canzoni quelle di Pierino Rinaldi che inneggiano all’amore per la vita ed i valori da non smarrire. Emozioni che è possibile percepire ascoltandole anche su youtube, sognando insieme a lui ed alla sua bellissima voce speranza e positività future.
                                                                                                                    Ellybetta

lunedì 5 gennaio 2015

Intervista a Daniele Pierumberto Cellamare

Quando la storia diventa passione

L'insegnamento alla Sapienza di Roma, le lezioni al Centro Alti Studi della Difesa, un grande interesse per la Storia Militare, sto parlando di Daniele Pierumberto Cellamare, laureato in Scienze Politiche alla Luiss e Direttore dell'Istituto Studi Ricerche Informazioni della Difesa.
Daniele Cellamare è inoltre autore di numerose pubblicazioni di Storia contemporanea e collabora con Rivista Militare ed altre testate nazionali.
Gli Ussari alati è il suo primo romanzo.
“Quando e come è nata la passione per la Storia Militare?".
“Amo l’animato esercitarsi dei soldati in piazza d’armi, l’uniforme bellezza dei fanti e dei cavalieri nelle loro formazioni  in armonioso movimento, le invitte bandiere sfilacciate, il bagliore degli elmi di bronzo segnati dalla mitraglia… Questi versi sono stati scritti da Aleksander Puskin nel suo Cavaliere di Bronzo del 1833, ma in realtà, il mio primo interesse è stato quello di capire come queste organizzazioni, dal grande esercito al piccolo reparto, si muovevano sul terreno, come venivano addestrati, approvvigionati e come si presentavano davanti al nemico prima dello scontro. In altre parole, l’arruolamento, le uniformi, gli schieramenti e le dottrine di impiego”.
"Gli Ussari Alati è il titolo del primo romanzo. Come mai questo titolo? Chi sono gli ussari e perché alati?".
“Questo romanzo racconta la storia dell’assedio di Vienna nel 1683 da parte del più grande esercito turco-ottomano che sia mai penetrato in Europa. Quando la capitale del Sacro Romano Impero stava per soccombere, sono apparsi all’improvviso gli Ussari Alati e hanno risolto la situazione. Si tratta di un reparto di cavalleria che è passato alla storia per non essere mai stato sconfitto, battendosi quasi sempre contro un nemico numericamente superiore. Erano tutti giovani nobili polacchi che caricavano al grido di Gesummaria! e votati fortemente alla causa cattolica. Portavano sulle spalle delle grandi ali di piume che avevano il compito di terrorizzare il nemico al solo apparire, simili ad angeli vendicatori scesi sul campo di battaglia per punire gli aggressori”.
“Leggendo il romanzo si rimane affascinati dalla figura di Padre d’Aviano…”
“L’abilità diplomatica di questo frate cappuccino fa da contraltare alle strategie militari che furono adottate in quell’occasione. Grazie alla sua profonda fede e alle doti oratorie che possedeva è stato possibile mettere d’accordo i vari principi cattolici per formare la Lega Santa contro il pericolo che i turchi rappresentavano in quel momento. E’ stato sempre lui, in qualità di confessore e padre spirituale  dell’imperatore Leopoldo I, a favorire il difficile rapporto con il re polacco Giovanni III Sobieski, il capo degli Ussari Alati. Inoltre, come viene raccontato nel romanzo, si deve a lui il nome del cappuccino che beviamo la mattina, così come si deve a quella battaglia il croissant che mangiamo”.
“Si tratta solo di personaggi di altri tempi?”.
“Sono tutti uomini che hanno avuto la capacità e l’intelligenza di unirsi per un bene comune, in questo caso la stessa Cristianità, mettendo da parte gli interessi personali e le differenze culturali. In fondo, erano tutti abbastanza giovani, l’imperatore Leopoldo aveva 43 anni, Marco d’Aviano 52 e il principe Eugenio di Savoia addirittura 20!”.
“Un piccolo anticipo sul prossimo libro?”.
“Ho in mente di affrontare altri periodi storici per amore di quelle pagine meno conosciute al grande pubblico, ma particolarmente intense. Tieni presente che per ogni romanzo di questo tipo mi servono almeno un paio d’anni di ricerche, la fedeltà storica è per me indispensabile e, al momento sono affascinato dalla Povera Milizia di Cristo, gli uomini che poi diventeranno i futuri Templari, ma anche dalle gesta eroiche dei grandi reggimenti di cavalleria nella seconda metà dell’Ottocento. Sarà l’editore Fazi a consigliarmi, cosi come ha già fatto per il mio primo romanzo”.
“Altre passioni oltre alla storia militare e ai romanzi storici?”.
“Prima di tutto direi l’insegnamento, o meglio il piacere di trasmettere ai giovani il fascino della storia e le sue interpretazioni socio-politiche per comprendere l’attualità.  Per il resto, sono interessi tipici di un uomo legato ai libri, alle biblioteche e alle ore di studio passate alla scrivania: una collezione di banconote antiche, le penne stilografiche e la musica di Rachmaninov. Naturalmente, sono tutti interessi che posso coltivare perché non sono sposato. D’altronde, cara Elly, chi vuoi che abbia voglia di trascorrere la vita con un uomo così noioso?”.
“Se è per questo, caro scrittore, tutto è relativo; anche il più grande divertimento potrebbe trasformarsi in noia e viceversa…”

                                                                                                        Ellybetta

venerdì 19 dicembre 2014

Intervista a Mariano Ciarletta

Mariano Ciarletta,
giovane scrittore con una grande passione…

Ventiduenne salernitano, Mariano Ciarletta, entra già a far parte del mondo della scrittura, collaborando attraverso la stesura di articoli per il giornale campano “Il Sud”, improntati alla tematica “Patrimonio dei beni culturali”, facoltà a cui è iscritto.
Esordisce con il suo primo romanzo noir nel settembre del 2013, Rami nel buio, l’esorcismo di Amanzio Evenshire. L’opera narra la storia di un ragazzo posseduto tra tre entità malefiche. Il racconto non si concentra unicamente sul tema della possessione demoniaca, sfruttando solo il lato horror-esoterico, ma accanto al paranormale, l’autore inserisce temi quali l’amore, l’amicizia e la fratellanza.  
In un secondo momento Mariano Ciarletta si dedica alla poesia, sempre di genere mitologico e noir, pubblicando una piccola raccolta poetica.
Al concorso promosso dalla casa editrice Pagine riesce a farsi notare, tanto che verranno pubblicate ben 7 delle sue poesie inedite tra cui vi è una "dedicata ad un angelo", poesia che si ispira ad un fatto di cronaca reale, ossia la perdita di una cara amica dell'autore. Tale poesia è stata premiata al Concorso Nazionale dell'Accademia di Paestum.
Mariano Ciarletta ha ricevuto inoltre altri diversi premi per la sua attività.
Nello scorso anno al Premio Galiani Ricciardelli conquista una medaglia argentea per la categoria poesia libera e viene premiato presso il Palas Regis di Roma con un Award della Costantinian University per il suo romanzo Rami nel buio.
“Quale opera hai scritto ancora?”.
“Un secondo romanzo horror Ai bordi dell’abisso, storia di un esorcismo, in cui è presente anche il tema della fede contrastata e sofferta che porterà i singoli personaggi ad una lotta contro il tempo, contro il destino ed il male per la salvezza”.
“Quando ti sei avvicinato a questo genere?”.
“La passione per il cinema dell’orrore ha sempre vissuto in me, fin dall’infanzia. Il primo film che vidi fu L'esorcista di Friedkin ispirato al romanzo di Blatty. Avevo solo 6 anni e quella pellicola mi turbò profondamente, ma allo stesso tempo, fece nascere in me una grandissima curiosità verso il genere paranormal- noir”.
“Hai pure una passione per un genere diverso?”.
“La mia passione tende sempre verso il dark, il gothic e il noir, ma ovviamente amo scrivere anche poesie, tant'è che sono riuscito a pubblicare ben due raccolte poetiche. Una, La foresta delle rose scarlatte edita dalla Casa Editrice Plectica e l'altra, Sentire, dalla Casa Editrice Pagine”.
“Quale significato rappresenta per te la poesia?”.
“La poesia è un modo attraverso cui, in pochi versi, riesco a trasmettere la malinconia, il dolore e temi come la solitudine umana”.
“Provi a volte qualche paura da esorcizzare?”.
“Onestamente al momento la cosa che mi fa più paura è mangiare e mettere subito dei chili ahahahahahh…No sono comunque una persona molto tranquilla che non fa del male a nessuno, quindi non ho nulla da esorcizzare o temere”.
“Nella realtà di oggi ci sono persone che si comportano come se fossero dei mostri. Credi siano indemoniati davvero?”.
“Credo che il male si manifesti in tante forme. Quando si parla di esorcismo spesso si crede che sia unicamente quello che si vede nelle pellicole o si legge nei romanzi. Bene, quella è solo una piccola parte, spesso trattata anche in maniera erronea. Il male vero si radica molte volte anche nelle azioni quotidiane, quindi, personalmente come ci sono i malati di mente e le persone affette da gravi disturbi, non mi sorprenderei se ci fossero azioni nefande causate da indemoniati”.

AI BORDI DELL'ABISSO - TRAILER di Mariano Ciarletta

                                                                                                        Ellybetta


Ramona ultima parte

Ramona Ultima Parte

Ramona, dopo intere giornate di sofferenze, decise di prendersi una serata di svago per sé e per sua figlia che la vedeva ogni giorno crescere sempre di più.
Decisero insieme di andare in un locale dove suonavano musica dal vivo e karaoke. Aurora aveva voglia di cantare e così fu. Per la prima volta la sentì cantare. Aveva una voce stupenda, sublime, calda. Ramona si commosse nel sentire la sua voce e per un attimo dimenticò tutte le cose brutte che le erano accadute.... 
(Nando-Ago Mastromatteo).
Ramona studiava Carlo che parlava con uno sconosciuto. Stavano girando cautamente attorno a un argomento che lei non capiva bene, ma di cui capiva l'importanza. La tensione era quasi palpabile. Riusciva a sentire qualche parola "cosa diavolo è successo ?" chiese Carlo, ma l'altro non rispose. "Questo cambia tutto per noi!" insistette Carlo e l'altro annuì. Si alzarono e uscirono dal bar senza accorgersi di lei che, nascosta dietro una colonna di marmo, li aveva visti e sentiti. “Cosa succede?” pensò e la sua mente correva avanti inseguendo le implicazioni di quella scoperta. Se lo sentiva che Carlo nascondeva qualcosa, sempre nervoso, sempre a chiedere notizie sul suo lavoro, sobbalzava ogni volta che qualcuno gli si
avvicinava alle spalle, per questo quando casualmente lo aveva visto entrare in quel bar con il viso così tirato si era nascosta e ora pensava a cosa fare. La serata con sua figlia e l'amore che sentiva per lei le avevano fatto vedere la relazione con Carlo in modo diverso. Si è vero c'era un'attrazione tra loro, ma non erano mai arrivati al dunque e questo perché nel suo cuore c'era ancora Antonio, sempre lui e solo lui. Aurora poi, adorava il padre e non sapeva del tradimento poiché Ramona
aveva sempre fatto in modo che la figlia crescesse con la convinzione che si erano
separati per incompatibilità di carattere; non voleva che Antonio fosse sminuito agli occhi di Aurora. Rientrato a casa Marco si fece una doccia gustandosi la sensazione dell'acqua calda. La corsa mattutina ormai era diventata un'abitudine e correre per lui era diventata la cosa più naturale del mondo, lo aiutava a riflettere e a scaricava tutte le tensioni. Il telefono squillò come al solito e da una settimana succedeva ormai e sempre alla stessa ora. Si affrettò a rispondere con la convinzione che anche questa volta avrebbero riappeso. Di nuovo quel silenzio, di nuovo quel respiro, ma stavolta una voce flebile "Mi chiamo Ramona, ho bisogno di lei". (Mara Paviola).
Ma quella visione di donna matura e determinata che si sedette al suo tavolino, lo prese impreparato e per alcuni aspetti confuso in mente sua, ma una confusione dolce che fino ad ora non aveva mai assaporato. Marco non sapeva con chi stesse interloquendo fin quando il giorno dopo incontrò Ramona. Per il lavoro che svolgeva non si era mai preoccupato di costruirsi una famiglia, poiché i pericoli da affrontare erano all'ordine del giorno ed era perfettamente consapevole che chiunque gli si fosse avvicinato avrebbe rischiato la vita. (Luigi de Vivo).
Anche Ramona si stupì di trovarsi di fronte ad un uomo così attraente, ma era troppo spaventata per lasciarsi andare a considerazioni che non riguardassero il motivo della sua presenza. (Mara Paviola).

Dopo i convenevoli d'obbligo, Ramona rivelò tutto ciò che aveva udito nel dialogo tra Carlo e lo sconosciuto. Alla fine Marco, pensieroso, proferì dei suggerimenti da adottare nel frattempo che fosse riuscito a scoprire qualcosa in merito a Carlo.
(Luigi de Vivo).
Ramona tirò fuori una busta caduta dalla tasca di Carlo che conteneva diversi documenti, sempre con il viso di Carlo ma con nomi diversi. Marco alla vista di quel volto sobbalzò, era proprio il tipo che aveva visto parlare con il suo amico morto.
(Mara Paviola).
Le rivelazioni fatte da Ramona attirarono l'attenzione del Commissario che congedandosi, le diede alcuni suggerimenti da adottare nel frattempo che fosse riuscito a trovare indizi sul sospettato. Quel dialogo era servito a Carlo per rafforzare la sua ipotesi riguardo il falso suicidio del suo collega. Trascorsero alcuni giorni di indagini che il Commissario stava attuando in maniera non ufficiale e senza poter coinvolgere i colleghi della sua squadra per non subire intimidazioni da parte
del Capo. Quest'ultimo infatti, aveva ormai archiviato il caso. Ramona, intanto aveva adottato i suggerimenti di Marco evitando di incontrare Carlo senza farlo insospettire. Nella sua mente si affollavano i pensieri negativi che quel rapporto stava sviscerando e che di certo stava portando ad un epilogo non voluto e non desiderato.
(Luigi de Vivo).
Carlo era in preda al nervosismo, fumava una sigaretta dietro l'altra, non riusciva a capire dov'era finita la busta con i documenti che dovevano servire a farlo uscire dall'Italia, sentiva il fiato della polizia sul collo, prima che quel maledetto poliziotto  l'aveva scoperto con un carico di droga...poi Ramona che non collaborava più come prima e che sembrava sospettasse qualcosa, e ora un altro carico in arrivo che sarebbe stato l'ultimo si ripromise... troppi rischi però, ormai poteva permettersi di ritirarsi.
(Mara Paviola).
Quest'ultimo carico di droga aveva deciso di dirottarlo a Genova e di utilizzare dei corrieri per il trasporto a Milano. La posta in palio era propedeutica al prosieguo della vita mondana, delle escursioni, le serate di gala, per non parlare di tutti i retroscena che potevano implicare quella sua conduzione quotidiana. Tutto ciò spingeva i pensieri di Carlo verso una sistemazione definitiva. (Luigi de Vivo).
Ramona disperava di uscire indenne da questa situazione, era terrorizzata se Carlo avesse scoperto la sua denuncia per lei sarebbe stata la fine, se lo sentiva nelle ossa...Ripensò allo sguardo allucinato di Marco alla vista dei documenti, ma chi aveva riconosciuto? Chi era Carlo? In cosa era implicato? Cominciò a tremare, non solo per quello che poteva succedere a lei, ma a sua figlia! Quale arma migliore allora per una vendetta? E se si fossero vendicati di lei colpendo sua figlia? Con questi tristi pensieri andò a letto, sapendo già che il sonno non sarebbe arrivato... Marco nel frattempo era elettrizzato; finalmente le cose cominciavano a muoversi, aveva trovato il famoso Carlo e qualcosa gli diceva che lo avrebbe portato dritto al "fantasma". Il suo sesto senso gli diceva che era sulla pista giusta, dopotutto erano giorni che lo seguiva e ora dopo averlo visto trafficare tutto il giorno, aveva capito che stava per succedere qualcosa. Ecco che lo vide salire in auto e partire come un razzo. Cominciò a seguirlo tenendosi a distanza; il suo istinto lo spingeva a chiedere rinforzi, altrimenti non avrebbe potuto spiegare al suo capo che non solo il suo amico, ma ora
anche lui aveva fatto un'indagine privata. Se si fosse scoperto, lo avrebbero buttato fuori e non poteva permetterlo, il lavoro era tutta la sua vita. Dunque prese la decisione di agire da solo. Intanto Ramona doveva chiamare Antonio. Prese questa decisione dopo aver riflettuto a lungo. Se Aurora era in pericolo il padre aveva il diritto di saperlo, infatti le avrebbe chiesto di portarla via e di proteggerla. Quando Antonio sentì la voce di sua moglie, lacrime copiose cominciarono a scendere dai suoi occhi, l'emozione era tanta, da molto tempo ormai non la sentiva più. Aurora andava spesso a trovarlo, ma lui non aveva più avuto il coraggio di affrontarla ed avrebbe dato qualsiasi cosa per tornare indietro e cancellare il tradimento. Quando Ramona smise di parlare, Antonio era annichilito, non capiva bene la situazione, ma aveva avvertito la paura di perdere le persone più preziose della sua vita! Si mise in viaggio anche se era stanco morto, infatti la sua era stata una giornata davvero massacrante, ma non solo avrebbe portato via sua figlia, avrebbe protetto anche Ramona! Correva a velocità sostenuta sorpassando le auto che protestavano suonando ripetutamente il clacson, quando all'improvviso si trovò dietro un'auto che gli sembrava di conoscere. Intravide un viso familiare...riconobbe Marco, il suo amico commissario. Non gli pareva vero di aver avuto tanta fortuna! Decise subito di seguirlo, gli avrebbe spiegato la situazione e chissà se in due sarebbero riusciti a decidere qualcosa. Carlo, ignaro di essere seguito, arrivò al porto dove lo aspettava un carico di droga che aveva nascosto dentro un'imbarcazione al di sopra di ogni sospetto. Il tipo incontrato al bar gli si avvicinò con in mano una valigia molto ingombrante in cui c'erano chili di cocaina pura. Aspettarono in silenzio che arrivassero per via mare i compratori. Da lontano si sentiva un rumore, era una barca che si stava avvicinando lentamente. Scesero due uomini e Marco che aveva l'impressione di essere seguito, accostò la macchina e aspettò che l'altra proseguisse, ma con sua grande sorpresa, la vide accostare. Aveva già la mano sul calcio della pistola quando vide scendere il suo amico Antonio. Dopo la sorpresa e i saluti, Antonio lo mise al corrente degli ultimi avvenimenti. Marco vide in lui un alleato ed allora salirono tutti e due nella sua auto e proseguirono sempre dritti, visto che quella strada portava solo al porto. Dopo un breve tragitto, si fermarono e nascosero l'auto dentro un capannone disabitato. Anche Antonio aveva una pistola acquistata tempo prima per legittima difesa. Proseguirono a piedi finché non sentirono delle voci, si nascosero dietro un muro e si misero ad ascoltare delle voci che sembravano litigassero furiosamente. Ecco all'improvviso uno sparo! Videro un uomo accasciarsi a terra. Marco riconobbe Carlo e gli altri tre cominciarono a fuggire verso la barca, ma vennero fermati dal commissario ed Antonio che avevano fatto credere di essere molti di più. Quando i trafficanti poi, si resero conto che erano solo in due, ormai era tardi , erano già legati con una corda di fortuna. A questo punto Marco non poteva far altro che chiamare la centrale e fare arrivare un'ambulanza. In seguito, seduti in un locale, Antonio e Marco stavano raccontando a Ramona ed Aurora l'epilogo della loro avventura notturna. Carlo era un narcotrafficante, ricercato in vari Stati e quando Ramona lo aveva visto al bar stava concludendo gli ultimi accordi per quello che pensava fosse l'ultima operazione. Lei si era fidata purtroppo di quell'uomo, senza sapere che era stato mandato dal suo eterno rivale che aveva già dato l'ordine di eliminarlo per restare l'unico spacciatore. La ferita di Carlo si rivelò superficiale e questo permise al commissario di interrogarlo. Il suo mutismo però, si dileguò quando lo misero al corrente del complotto ed allora per vendicarsi, fece nomi e luoghi, il che avrebbe permesso la cattura di uno spacciatore ricercato in tutto il mondo e di tutti i suoi complici, oltre l'arresto di Carlo detto "Il
fantasma". Marco salutò e promise di metterli al corrente delle novità. Restarono in tre. Aurora corse dietro al commissario per farsi raccontare i particolari della storia, mentre invece Antonio e Ramona si guardarono sorridendo al pensiero che Aurora un giorno avrebbe scelto il giornalismo come i suoi genitori. Ma il sorriso si spense sulle loro labbra, si guardarono a lungo, ognuno sperava che l'altro facesse il
primo passo. Antonio non osava chiederle perdono e Ramona non voleva si sentisse umiliato. "Ciao" gli disse, e "Ciao" lui gli rispose. Si allontanarono così ognuno per la sua strada. Antonio si fermò di colpo e si voltò. La guardò camminare e pensò "non posso perderla..." Ramona si fermò sentendosi osservata, i metri che li separavano furono ben presto superati, si abbracciarono. "Ti amo" disse Antonio. "Ti amo" rispose Ramona. (Mara Paviola).
Lui la cinse a sé con un fremito di passione, mentre le mani di lei scivolarono dolcemente accarezzandogli la nuca. Si baciarono con il cuore in gola, e mentre i respiri si facevano affannosi e i corpi si stringevano impetuosi, le loro anime si unirono in un vortice di eros. All'improvviso lui si fermò e scostandosi forte, le afferrò le mani. I loro sguardi divennero più profondi della notte...gli occhi scintillanti più delle stelle, con i visi rischiarati da una romantica luce lunare. Il tempo si fermò. Lei con le dita della mano destra, con fare ammaliante, ridisegnò dolcemente e lentamente i contorni delle labbra di lui che pazzo e fremente d'amore, fissandola negli occhi, la riavvicinò con forza improvvisa e la baciò con trasporto, lasciandole scivolare le mani lungo i fianchi. Un vento caldo e complice univa ed avvicinava i loro corpi ardenti di desiderio...Una passione mai sopita che riaffiorava come un uragano, in una nuova, rinnovata ed enorme tempesta di fuoco... (Ellybetta).


                                                                                                THE END

martedì 11 novembre 2014

Intervista ad Anna Conte

Una donna eroica ed ironica, 
Anna Conte

Anna Conte, scrittrice potentina, è una di quelle donne che lasciano il segno. Ironica, intelligente ed affascinante, sposata e madre di due splendidi ragazzi, Linda di 20 anni, figlia naturale e Biniam, un ragazzo etiope quattordicenne, adottato da quattro anni.
“Li adoro e insieme al mio amore sono la cosa più bella della mia vita”, ci tiene a precisare. Ma Anna ama immensamente la vita in tutta la sua bellezza, apprezzandone ogni sfumatura.
Oltre ad essere un architetto che svolge la sua professione con passione perché è un lavoro che le permette di spaziare con la mente ed essere creativa, Anna insegna Arte ed Immagine nelle Scuole Secondarie di primo grado.
“Mi piace stare a contatto con i ragazzi, trasferire loro la mia gioia di vivere, l’amore per la bellezza. Desidero che ognuno di essi riesca a cogliere l’essenza di ogni cosa e non soltanto nelle opere degli artisti che si sono succeduti nel corso dei secoli”.
Non solo. Anna ama la musica ed ama ballare.
“La musica fa vibrare le corde dell’anima, determinandomi sensazioni ed emozioni incredibili; il ballo mi dà un grande senso di libertà, di gioia, mi consente di estraniarmi dalla realtà e catapultarmi in un mondo dove esisto io, la musica e il mio corpo che libero di esprimersi, danza e celebra la vita…”.
La sua passione si estende anche alla scrittura. Anna ha partecipato a vari concorsi di poesie, conseguendo importanti menzioni di merito.
“Da qualche anno mi diletto a scrivere poesie (oso chiamarle così, prostrandomi ai piedi dei sommi poeti), perché sento forte il desiderio di esternare ciò che ho dentro.
Ho scritto un libro autobiografico, soprattutto a scopo terapeutico. Tacco 12. In bilico sulla vita”.
“Come mai un libro autobiografico?”.
“Perché essendo una persona molto sensibile, ho sempre avvertito la necessità di esprimere i miei pensieri e i miei sentimenti, ma fino a poco tempo fa non avevo  il coraggio di farlo, perché non ero pronta, ero ancora troppo debole e insicura. Molte volte poi, provavo ad abbozzare qualche pensiero su fogli, ma finivano irrimediabilmente accartocciati e cestinati”.
“Cosa ti ha spinto allora ad esternare le tue emozioni?”.
“Avevo  bisogno di un input, una spinta  forte, che mi sbloccasse, ed è successo circa due anni fa durante un periodo buio della mia vita. Mi sono resa conto che l’angoscia e i sentimenti che provavo mi avrebbero soffocata se non li avessi tirati fuori. Ho iniziato prima a scrivere qualche poesia e successivamente questo romanzo autobiografico. Avevo bisogno di far chiarezza dentro di me, di fare i conti con me stessa. L’ho scritto e nel rileggerlo è stato come quando vai al cinema e guardi il film che parla dell’esistenza di un altro… ero la spettatrice di me stessa e della mia vita. Tutto mi è apparso chiaro, ogni tessera è stata collocata al posto giusto, ho riflettuto a lungo sugli avvenimenti che l’hanno caratterizzata ed ora sono più serena. È  anche una sorta di testamento morale per i miei figli. Il mio desiderio è che le esperienze da me vissute possano essere per loro un bagaglio da cui attingere per affrontare la vita con forza, ottimismo e vivere serenamente. Solo in questo modo la mia vita avrà veramente un senso profondo”.
Anna infatti nel suo libro racconta la sua vita alla figlia. Una vita contrassegnata da alcuni disturbi alimentari e dalla sclerodermia o sclerosi sistemica progressiva (SSP), una malattia cronica autoimmune, in cui il sistema immunitario attacca i suoi stessi tessuti. Ad Anna attacca i polmoni, ma oggi grazie ad un trapianto, riesce a superare la fase più critica. Il suo libro Tacco 12. In bilico sulla vita, è una sorta di diario per esorcizzare le paure. Il Presidente Napolitano le ha assegnato il premio quale “donna eroica dell’anno”.
Ed Anna eroica lo è per davvero. Oltre ad avere affrontato con naturalezza ed eleganza situazioni critiche dovute alla malattia, attraverso il suo esempio riesce a dare conforto e speranza a chi si trova in situazioni difficili.
“La vita è bella proprio per questo senso di inafferrabilità, caducità ed  inconsapevolezza di ciò che avverrà… è vivere facendo dei programmi senza sapere se poi si avvereranno. La vita è bella perché è una continua sfida, non è mai noiosa, è sempre tutto e il contrario di tutto, le cose si verificano quando meno te l’aspetti ed invece non si realizzano quando sei quasi sicuro che si concretizzeranno. La vita è inseguire un sogno, con la consapevolezza che forse mai si avvererà, ma continuare a crederci e sperare, e se non si realizzerà avremmo vissuto la gioia della speranza e la felicità dei pensieri ad esso legati. Questa è la bellezza… che si compie, anche… anzi oserei dire soprattutto, attraverso la malattia, perché è in questa situazione che capisci che nulla è scontato, riesci ad apprezzare ogni singolo momento, riesci a cogliere le sfumature insite nella straordinaria bellezza del creato ed essere sensibile e compenetrarti nei panni di chi sta male e chi sta affrontando ogni genere di difficoltà. Riesci a comprendere che la vita va vissuta ogni attimo e che ogni secondo non va sprecato. Questo mi ha insegnato la malattia e se da essa è scaturito tutto ciò, ringrazio Dio per avermi dato l’opportunità di comprenderla e viverla… Ed io la vivrò, pienamente, intensamente con ironia e il sorriso sulle labbra… con o senza tacco 12…”.
                                                                                                                Ellybetta