mercoledì 24 settembre 2014

Intervista a Ciro Cianni

Un poeta-artista che ama la parola ed il colore, Ciro Cianni

“Fra libri e collage, vocali e lettere, immagini e colori… c’è la mia vita” per Ciro Cianni, poeta nativo di Chivasso (To), ma che dal 2003 vive e lavora a Roma. La sua prima opera poetica risale al 1992 ed è intitolata Speranza. Prosegue con una seconda raccolta Riflessi Bui, nel 1995. Pomeriggio di Luna invece, la sua terza opera, nell’anno successivo.
“Quei respiri che l’arte ci dà, quell’eterno sacro fuoco che brucia le mediocrità e le sporcizie del mondo” inneggia tale poeta, le cui opere sono state inserite anche in diverse antologie. Numerosi i premi, tra cui quello speciale “Selezione Passaporto”,  il premio “Leaders”, il premio speciale “Edizioni Duemila”, “Oscar della Cultura”, “Encomio Solenne”, “G. Abiuso”… e numerose Menzioni di Merito.
Nel 2003 il quarto libro Alba e ritorni… (Lepisma Edizioni Roma) e nel 2008 il quinto Giovedì (Lepisma Edizioni Roma).
“Ciro, non solo premi, anche il titolo di Cavaliere Accademico da parte dell’Accademia Francesco Petrarca. Cosa significa ricevere questa nomina per un poeta?”.
“Ricevere dei premi è sempre un qualcosa di piacevole... Questa nomina ancor di più, è come se mi riportasse indietro nel tempo... essere un Cavaliere per difendere le proprie idee, la propria fede anche con la vita”.
“Hai vissuto per un periodo di tempo in Calabria. Cosa ricordi più felicemente e cosa più tristemente e, torneresti a viverci se possibile?”.
“Diciamo che dalla Calabria non mi sono mai distaccato, quando capita, o lo faccio capitare, sono presente in presentazioni di libri o eventi... Comunque è importante ritornare alle nostre origini, le nostre radici ma anche costruire le proprie 'ali' ogni giorno in qualsiasi posto si possa vivere”.
“Hai anche tenuto nel 1999, un corso di poesia per il Progetto Luce, presso la Casa Circondariale di Paola (Cs). Cosa ti eri proposto di trasmettere e cosa invece ti è stato trasmesso da chi è in prigione?”.
“È l'esperienza personale e poetica più importante che ho vissuto ad oggi. Ho dato tanto... ho ricevuto di più. Momenti che passavano fra parole ed emozioni in un luogo freddo e finestre sbarrate... Ma si riusciva, attraverso la poesia, ad 'evadere' ad andare e tornare da posti nuovi o posti già visitati ma visti con 'occhi nuovi'. Ancora oggi conservo fra i miei 'premi' una poesia che un detenuto mi ha dedicato... è il riconoscimento più importante ricevuto. Sto cercando di rivivere un'altra esperienza così ma non ho trovato un’ associazione che realizzi progetti per i detenuti, spero un giorno di rientrare in carcere”.
“Dato che partecipi a delle mostre, come può un poeta inserirsi in una mostra fotografica?”.
“Oltre a scrivere realizzo collage su tela con parole e immagini, anche se il mio grande amore è la poesia. Ho fatto delle mostre portando sempre la mia poesia... per confrontarmi, per crescere, per testimoniare la mia fede”.
“Cosa denunceresti attraverso la tua poesia?”.
“Denuncerei la mancanza d'amore che c'è. Sembra banale... ma esiste questa privazione di sensibilità, rispetto e ricerca di serenità. Senza andare sul mieloso... quella non è poesia!”.
“Nel 2012 la segnalazione della Giuria al Premio Internazionale Roberto Farina per Ho visto solo cielo. Come mai questo scritto?”.
“È il titolo di una raccolta poetica, che sto ristampando ed uscirà fra un mesetto. Questo titolo è un verso di una mia poesia: giovedì ( Sto camminando/ da tanto tempo/ ma ho visto solo cielo). E' dedicata a mio zio Luigi, un sacerdote come pochi... mi ha dato tantissimo, ho avuto la fortuna di 'viverlo' ogni giorno, ogni momento ti dava quella testimonianza, che purtroppo oggi manca, quelle risposte che il quotidiano ti pone dinanzi continuamente con domande a cui non si riesce a dar seguito con la nostra vita”.
 “Quale pensi che sia il colore che non possa mai mancare in una poesia?”.

“Amo di più il rosso, ma credo che tutti i colori come tutte le parole abbiano le proprie sfumature, la propria 'vita'. Sta nel saperli usare... dando loro il giusto respiro”.
                                                                                                 Ellybetta

sabato 6 settembre 2014

Intervista a Massimo Sentinella

Adora, anzi venera la semplicità, Massimo Sentinella

“Quando ho scoperto che volevi intervistarmi, un fremito mi ha percorso e, con esso, un dubbio mi ha assalito: vuoi vedere che la cara giornalista mi ha scambiato per un altro!? Poi ho fatto una sorta di mente locale su me stesso, mi sono riguardato una serie di eventi artistici che ho contaminato con la mia presenza, dal Teatro, al Cinema ed alla Televisione e,visto che mi trovavo, ho esteso l'excursus anche alla mia vita quotidiana o, se preferisci, alla mia esistenza e coesistenza con i miei simili. Ebbene, tale estenuante lavoro che, chi me lo doveva dire, mi son visto costretto a svolgere è durato la bellezza di sei minuti abbondanti, poi il fremito è svanito, il dubbio dissolto ed un grande sorriso, presto trasformatosi in risata di gusto, ha conquistato la scena che mi circonda". 
Non può che colpire l’autoironia di Massimo Sentinella, avvocato sanseverese con il vizio della recitazione e della scrittura di brani e scritti inediti che come sostiene “presenta in giro per Teatri e ripostigli, purché popolati da gente curiosa e anormale”. Ultimamente si sta divertendo con gli aforismi, cosicché magari ne nasca una raccolta, da inserire nel suo tour di personali scritti inediti "Senza capo né coda", il cui esordio avvenne nel maggio 2013 al “Teatro Giuseppe Verdi” di San Severo.
“Quando e come è nata la tua passione per la recitazione?”
“La passione nasce, in realtà, in una radio, dove per giocare e fare compagnia al mio amico DJ, quando ancora esistevano i DJ, interpretavo vocalmente personaggi di vario genere ed estrazione sociale e culturale, tanto che ne venne fuori una vera e propria trasmissione, intitolata Indovina chi viene a cena".
“Qual è stata l’interpretazione che più ti ha emozionato?”
“Ciò che più mi emoziona è, senza dubbio, il Teatro. Tra le interpretazioni ricordo con piacere, ma anche con orgoglio e onore, quella che mi ha permesso di stare sul palcoscenico con il grande Flavio Bucci, in Anima in Tempesta. Ricordo con piacere anche il film Chiaroscuro, dove potei conoscere ed apprezzare le doti artistiche ed umane di una spiritualmente rigenerata Claudia Koll”.
“C’è stato un momento mentre recitavi, in cui i tuoi pensieri erano talmente diretti ad altro, che hai fatto fatica a ricordare la parte?”.
“Non mi è mai capitato, per fortuna, di rivolgere i pensieri altrove, sarei stato un pessimo interprete ed avrebbe significato non appartenere a quanto volevo rappresentare, cosa grave e non permessa ad un attore, ad ogni livello. In compenso, ogni volta che salgo sul palco dimentico tutto, ma fino alla prima battuta, poi tutto scorre o, se più ti piace, panta rei. Dietro ad ogni interpretazione degna di questo nome c'è un serio e duro lavoro che premia sempre, salvo eccessi di emozione che, piano piano, si imparano a dominare o, quantomeno, a dosare con competenza, tuttavia mai privandosene”.
“Un segreto che consigli per allenare la mente?”.
“Fosforo, tanto fosforo!!! Scherzi a parte, ognuno acquisisce un proprio metodo ma, a mio avviso, la ripetizione in fasi è l'unica via da quando esistono i copioni. In fase, nel senso che, dopo la prima lettura a tavolino di un copione, si passa al vero e proprio lavoro mnemonico, anch'esso distinto in ulteriori momenti”.
“A chi volesse intraprendere la carriera di attore, invece cosa consiglieresti?”.
“L’unico consiglio è quello di divertirsi e crederci fino al limite della dignità, nel senso di darsi degli obiettivi, ma anche dei tempi, laddove se un sogno non s’avvera bisogna che ci si risvegli e si torni a vivere nella realtà, quand’anche dovesse essere dura e, oggi, tutti sanno di cosa stiamo parlando. Se poi si riesce, come me, a giocare senza pretese e senza velleità assolute, allora ti può capitare di recitare con Flavio Bucci ed il giorno dopo andare in ufficio. Tuttavia, le legittime aspirazioni di chi vuole vivere, anche materialmente, di Teatro o di Cinema o Televisione, vanno accompagnate da sacrifici e da notevole impegno, in tutti i sensi, compreso quello di imbarcarsi per altri lidi”.
“Massimo nella vita ama? E non ama?”.
“Massimo nella vita ama la semplicità e le persone che vivono di essa ed in essa, senza pretese, se non quella di ricevere rispetto pari almeno a quello che si porta per tutti. Massimo non ama chi dice ciò che non pensa e continua a pensare ciò che non è in grado di dire”.
“Molti nella realtà recitano…, ti è capitato mai?”
“Tutti, irrimediabilmente, recitano nella vita reale, me compreso, ma è il copione più difficile, non lo imparo mai ed il più delle volte ne viene fuori una pessima interpretazione, forse perché sono circondato da attori molto più bravi e preparati di me. Nella vita reale do il meglio di me fuori dalla scena, magari davanti ad un buon caffè con un buon amico. Il caffè abbonda, per il buon amico non ho ancora perso le speranze”. 
“Il male dell’uomo?”.
“Da tempo, ormai, sono giunto ad una conclusione universale, globale, esistenziale, cosmica direi, sulla vita dell'uomo, una di quelle conclusioni che, se accompagnate da una buona dose di alcool nel corpo di un astemio, ti fanno quasi sentire un filosofo. Ebbene, sono giunto alla conclusione che il male dell'uomo, dell'intera umanità, è il prendersi troppo sul serio e, per salvarmi, sto cercando l'antidoto giusto che mi preservi dai continui attacchi virali di molti, troppo miei simili, gravemente colpiti da quel male".
                                                                                                      Ellybetta

lunedì 1 settembre 2014

Intervista a Mauro Ozenda

"Tutto ciò che finisce su internet una sola volta è un tatuaggio indelebile"

A metterci in guardia è Mauro Ozenda, consulente informatico che segue percorsi formativi sull'uso sicuro di internet, in collaborazione con Microsoft ed Unicef, organizzando convegni su rete e minori con Lions International e Polizia Postale e delle Comunicazioni.
"Oggi quello che manca è l'alfabetizzazione su queste tematiche, in particolare nelle P.A." ed infatti, Mauro si preoccupa di organizzare utili incontri formativi presso scuole ed istituti interessati alla sicurezza informatica.
La sua opera "Sicuri in rete" (Hoepli Editore) è una guida tecno-psicologica utile soprattutto a genitori e docenti. Un libro che ha scritto insieme alla psicologa Laura Bissolotti e che insegna come usare consapevolmente internet e le nuove tecnologie, evitandone rischi, pericoli e dipendenze.
"Mauro, cosa si dovrebbe poter pubblicare sui social e cosa invece è meglio non rendere pubblico?".
"Il social network consente di interagire quotidianamente con contatti-amici con i quali chattare, condividere informazioni, immagini e video. Partendo dalla creazione del proprio profilo, sarebbe meglio inserire al massimo, nome cognome ed indirizzo di posta elettronica, in quanto inserire la data di nascita consentirebbe a chiunque sia collegato al nostro profilo di poter risalire al Codice Fiscale. Per i ragazzi sotto i 16 anni sarebbe meglio utilizzare un nickname di fantasia. Tutto ciò che viene pubblicato sul social network viene salvato su server dislocati nel paese in cui è dislocato il fornitore del servizio, esempio per Facebook è Palo Alto negli Stati Uniti. L'iscrizione ad un social dal momento in cui iniziamo a pubblicare informazioni personali, equivale a renderle pubbliche, perciò consiglio agli adulti di non pubblicare immagini dei loro figli soprattutto in tenera età, che se finissero in mani sbagliate, potrebbero venir pubblicate in contesti totalmente diversi. Consiglio poi, di accettare nella propria rete, amici che si conoscono nella vita reale e di impostare la privacy in modo che solo gli amici possano vedere le proprie informazioni personali, dati, video ed immagini. Pubblicare ad esempio, dove andiamo in vacanza indicando il periodo, magari avendo anche nel profilo il nostro indirizzo, equivarrebbe a regalare un'opportunità a potenziali ladri. Oppure condividere immagini o video di serate con amici in cui si beve qualche bicchiere di troppo, potrebbe danneggiarci la reputazione, anche se quella è stata l'unica sbronza della nostra vita. Tutto ciò che finisce su internet una sola volta è un tatuaggio indelebile. Nell'inserire informazioni quindi, la principale norma, resta quella del buon senso!".
"C'è un social più pericoloso per la privacy?".
"Facebook essendo il social network in cui è presente il maggior numero di persone su scala mondiale (oltre un miliardo di utenti), possiamo considerarlo l'ambiente dove è più facile diffondere rapidamente le informazioni che vengono pubblicate. Dunque affianchiamo i ragazzi fin da piccoli, cosicché possano usarlo in maniera consapevole e sicura. Credo che sia arrivato il momento di insegnare loro sin dalla scuola primaria ad utilizzare al meglio come tutelare la propria reputazione, dati e privacy on line, magari con un'ora alla settimana dedicata specificatamente a queste tematiche".
"Se nulla è gratis perché tutti i dati vengono raccolti e rivenduti, a cosa bisognerebbe prestare maggiormente attenzione?".
"Nel mio libro Sicuri in rete, vengono indicate utility che consentono di verificare a quali dati accedono le APP scaricate sul nostro tablet o smartphone. I rischi di diffusione e furto legalizzato dei nostri dati, grazie a download gratuiti, aumentano man mano che installiamo più applicazioni. Il consiglio è quello di scaricare prima applicazioni tramite ambienti che certificano la bontà delle stesse, come Google Play per Android o Apple Store Mondo Mac. Dunque installare un buon antivirus sia sul proprio computer che tablet o smartphone, cosicché alcune applicazioni non possano installare a nostra insaputa, codice malevolo (spyware, adware), carpendo i nostri dati personali. Installando l'APP infatti, l'autorizziamo ad accedere a tutti i nostri dati, come immagini, video e rubrica. Infine bisognerebbe aggiornare sempre le APP installate, in quanto non farlo, equivarrebbe a renderle vulnerabili a malware".
"Oggi che sui social si stanno diffondendo messaggi poco chiari, spediti sotto il nome di mittenti ignari, credi che siano opera di persone specifiche e consapevoli di colpire la reputazione di qualcuno, o si tratta di virus generati all'interno della rete che colpiscono a caso?".
"Il codice malevolo creato dai criminali informatici oggi ha l'obiettivo principale di aprire un varco sui nostri sistemi e di sfruttarne la vulnerabilità, insieme a quella dei programmi installati. Credo che, nel caso qualcuno ci prenda di mira, egli possa accedere in qualche modo ai nostri dati. Ma penso che comunque oggi ci pensiamo già noi a regalare informazioni preziose sulla nostra persona al web e ai motori di ricerca, grazie ai quali incrociando i dati presenti sulle diverse piattaforme, partendo dal nostro nome e cognome, è possibile risalire alla nostra identità digitale. Dunque evitiamo di sovraesporci su internet con immagini e video che riguardano la nostra sfera affettiva. Attenti anche a pubblicare foto di terzi senza una preventiva autorizzazione scritta ed altrettanto a taggare, se non autorizzati. Configuriamo il nostro sistema con un buon antivirus ed impostiamo password efficaci, differenziandole per ognuno dei servizi utilizzati, proteggendole con un sistema di doppia autenticazione dati, salvati in cloud (dropbox, google drive...), piuttosto che con accesso alla nostra posta elettronica. Verifichiamo sempre le recensioni delle APP che scarichiamo. Per il software gratuito (freeware o opensource), consiglio di scaricarlo dall'ottimo portale www.html.it".

Per maggiori informazioni www.sicurinrete.com.
                                                                                                   Ellybetta

mercoledì 13 agosto 2014

Intervista ad Antonio De Cristofaro


I libri, nutrimento per l’anima

“I miei romanzi nascono dalla mia immaginazione, dalle esperienze di vita vissuta. Scrivere per me è come un prolungamento dei miei sogni ad occhi aperti, messi nero su bianco”, per Antonio De Cristofaro, nativo di Bellona, in provincia di Caserta.
Attualmente egli risiede a Corbetta, in provincia di Milano, dove svolge la professione di insegnante di lingua e civiltà inglese.
“Mi piace descrivere ciò che immagino rendendolo il più aderente possibile alla realtà, nella mente del lettore. Mi attengo ad un precetto letterario del mondo anglosassone che dice Non dire, mostra!”.
Nel 2007 pubblica un lungo racconto dal titolo “Vite spezzate, il sogno e la memoria”, (Maremmi Editori Firenze), una storia di intrinseca drammaticità che risulta spezzata nel racconto, come è spezzata la vita di Ada e delle donne e degli uomini che le stanno intorno. Nato da un’esperienza personale è un racconto semiautobiografico.
Nel 2011 invece, il suo primo romanzo “Lucrezia Borgia, vita intima di una principessa”, (La Riflessione, Davide Zedda Editore), in cui narra la storia romanzata di Lucrezia Borgia, famosa figura femminile del Rinascimento italiano. “Non è stato facile calarmi nella realtà della protagonista, ma ho cercato di rivivere le sue vicissitudini attraverso l’essere di donna del suo tempo”.
Ed un secondo romanzo, Giada, in cui ancora una volta la protagonista è una donna, stavolta però dei tempi nostri.
“Cosa significa per te leggere un libro, invece che scriverlo?”.
“Leggere un libro per me è un arricchimento incalcolabile. Attraverso l’autore di quel libro entro in relazione con il suo mondo interiore, in un certo qual modo mi approprio del suo vissuto. I libri sono il cibo della mia anima, del mio essere, del mio pensare, del mio riflettere sulle cose della vita. Essi inoltre, sono stati di grande aiuto ed insegnamento. Ed è forse proprio per la grande quantità di libri che ho letto che sono un grande sognatore…”.
“Ma quale altra passione hai?”.
“La prima passione è quella della lettura, non passa giorno della mia vita che non legga almeno qualche pagina di un libro. Poi mi piace lo sport, da giovane ho praticato il calcio e la pallavolo, però, il calcio è stato ed è tuttora il mio sport preferito. Ero e sono anche un appassionato di ciclismo. Fino a qualche anno fa andavo in bici da corsa per divertimento, ma purtroppo un problema alla colonna vertebrale, mi ha impedito di continuare ad usare la mia amata bici! Ora la usa mio figlio, il quale ha praticato per dieci anni lo sport del ciclismo, fino ad arrivare alla categoria di Juniores con discreti risultati. Mi piace ascoltare la musica; sono rimasto ancorato ai gruppi degli anni settanta, Pink Floyd e Genesis, ma  amo molto anche la musica classica. Le mie opere preferite sono Le quattro stagioni di A.Vivaldi e La nona sinfonia di L.V. Beethoven. Ovviamente, l'altra grande mia passione è quella della scrittura”.
“Se dovessi inserire nella trama di un tuo libro delle persone a te care o vicine, quali inseriresti e quali non?”.
“Ho già provveduto ad inserirle quasi tutte, nelle mie prime tre opere, che in ordine cronologico sono: Vite spezzate, il sogno e la memoria; Lucrezia Borgia, vita intima di una principessa e Giada. Non sono uno che porta odio anche se mi si fa del male, pertanto, direi che quando mi capita di descrivere dei personaggi mi rifaccio quasi sempre a persone da me conosciute, sia parenti che amici o semplici conoscenti che hanno in qualche modo lasciato un ricordo nella mia mente. Con i primi tre libri, che considero una trilogia, ho inteso pagare il mio tributo all'elemento femminile che è stato preponderante nella mia formazione personale, caratteriale e culturale. Il mio prossimo romanzo però, vedrà come protagonista finalmente un uomo!”.
Ed uno scrittore con una forte passione per la lettura come Antonio De Cristofaro, dimostra che un bravo scrittore, prima di scrivere, è sempre un buon lettore.
                                                                                                        ellybetta
                                                                                         


mercoledì 6 agosto 2014

“Un Uomo muore davvero solo quando muore l'ultimo dei suoi sogni!”

Una frase cara questa a Diego Romeo, scrittore dalle origini napoletane, ma che attualmente risiede a Roma.
“Quando Diego hai iniziato ad interessarti alla scrittura?”.
“Mi sono avvicinato alla scrittura in un certo senso per gioco. Fin da quando avevo 13 anni infatti, scrivevo delle piccole storie per giochi di ruolo con i miei amici. Con il tempo le storie poi, si sono fatte sempre più complesse ed articolate, fino a quando 5 anni fa, ho iniziato a scrivere la prima bozza,molto diversa dalla forma attuale del testo del mio romanzo”.
Due sono le saghe scritte. La prima è Racconti delle Lande Percorse, di cui Diego Romeo ha pubblicato due libri, Come nasce un Cavaliere e La Grande Guerra.
La seconda saga è invece: Gli eroi delle Lande Percorse, di cui ha pubblicato solo un racconto gratuito, come test pilota per farsi conoscere meglio.
“Nei tuoi libri Diego cosa è possibile scoprire?”.
“Nel mio primo libro Come nasce un Cavaliere, ho descritto due sistemi, due Imperi, quello Celeste e quello del Drago che, dopo secoli di equilibrio, si affrontano con tutte le forze disponibili. In uno scenario, a tratti steampunk, si intrecciano storie di vari personaggi, semplici o eroici, quali Generali, draghi, anonimi servitori, in un clima di presagi, ma con un epilogo sorprendente. Invece, nel secondo libro, La Grande Guerra, descrivo duelli e battaglie che diventano feroci e, quando tutto sembra perduto, il finale giunge inaspettato… Anche il mio ultimo romanzo della saga Gli eroi delle Lande Percorse, è all’insegna della fantasia e dell’avventura! ”.
Con stile epico e linguaggio ricercato, Diego Romeo intreccia ideali di fratellanza, pace ed uguaglianza.
“Perché la ricerca di tali valori che oggi purtroppo è sempre più raro ritrovare?”.
“Nel 1994 mi sono unito ad un’Organizzazione cattolica e ho scoperto il fascino e la bellezza del diverso e del distante. Ho inoltre trascorso la mia adolescenza e la  maturità fra stranieri, disabili, Rom e poveri, anziani, adulti e bambini. Da loro ho appreso che cosa è la vita, la gioia ed il senso di gratitudine”.
Diego Romeo attualmente, con una laurea in Lettere e Filosofia, indirizzo storico religioso, lavora come impiegato.  Ma oltre all’amore per la scrittura Diego si diletta nel dipingere miniature, cucinare e leggere.
“La tua vita in un certo senso, la consideri avventurosa come quella dei personaggi nei tuoi libri?”.
“La mia vita è sicuramente molto avventurosa. Non solo perché ho due bambini, ma soprattutto perché occupandomi del sociale, come volontario, mi trovo a lavorare per i disabili, stranieri e Rom. Ti assicuro che in Italia, fra leggi non adeguate e forti pregiudizi, il lavoro non è mai facile qui e mi trovo, insieme a tutti gli amici che lavorano con me, spesso a dover lottare anche per i diritti più elementari, come la scuola. Ma io sono ottimista e quindi non demordo”.
“Quale avventura ti piacerebbe vivere nel futuro reale?”.
“Nella vita reale ho già la fortuna di assaporare tutte le emozioni più belle e forti che una persona normale come me può sperare di vivere, come avere al mio fianco una bellissima moglie e due splendidi figli. Dunque non ho proprio esigenza di vivere altre avventure. Forse vorrei prodigarmi di più per la pace, ma è un discorso troppo vasto…Una confessione però, la devo fare.…darei non so che cosa per vivere anche solo una delle avventure che descrivo nei miei romanzi”.

Ed è proprio a questo che servono i libri come quello di Diego e di tutti gli scrittori del mondo, a far vivere tutto ciò che non si può… e l’uomo che sogna non morirà mai…, come nel motto a lui più caro.
                                                                                                                     Ellybetta

venerdì 25 luglio 2014

Intervista a Giovanni Parentignoti

Riesce a difendere i più deboli anche con uno scritto,
Giovanni Parentignoti

Nativo di Avola, ma con residenza a Noto, nella bella Sicilia, pubblica nel 2009 il suo libro d'esordio, Homo Minor Mundis (Libreria editrice Urso), una raccolta di poesie e racconti.
“Giovanni quando i tuoi primi riconoscimenti?”.
“Nel 2011 ottenni un attestato di merito, partecipando al concorso UILDM-Io Esisto Ottaviano Napoli, con la poesia Preghiera del Disabile. Nel 2012 invece, venni selezionato tra i vincitori del concorso Streghe e Vampiri, promosso da edizioni Giovane Holden con un’altra mia poesia Linyphia. Nello stesso anno mi scelsero per una raccolta intitolata Una storia da nomadi, durante un concorso indetto dal fan club dell'omonimo gruppo musicale, col racconto Naracauli e, sempre nel 2012,  venni selezionato tra i vincitori del concorso EsordiAmo indetto da Letteratura e Cultura col racconto Lei dov'era”. Invece nel 2013 fui scelto tra i vincitori del concorso liber@rte con la poesia Dea fiore  e ottenni l’attestato di merito al concorso Io esisto 2013 con la poesia Inutili bocche da sfamare. Ma anche terzo classificato al Netum poetry contest del 2013, secondo classificato al concorso Scriviamo  2013–Alatri ( Frosinone), una menzione di merito al Concorso letterario Avis donare è vita-Firenze 2013, finalista Il federiciano 2013, finalista premio Nabokov 2013. Ed inoltre nel 2013, a maggio, è uscita la mia seconda opera Amara creatura  (Kimerik editore) ”.
“Quali sono le tematiche che ti stanno più a cuore?”.
“Principalmente mi interessano gli argomenti inerenti l’integrazione dei diversamente abili e i diritti di chi subisce angherie”.
“Quali altri problemi dell’epoca attuale?”.
“Sono contro questa missione Mare Nostrum che reputo stia regalando la morte a molti poveri extracomunitari ignari. Sono invece, per i matrimoni omosessuali e per la legalizzazione della prostituzione e delle droghe e sono per la divisione totale delle influenze Stato-Chiesa, ognuno al suo posto”.
“E oltre la poesia?”.
 “Ho un esordio teatrale con il progetto Le confessioni del maestro Walter Manfrè, recitando una parte da lui scritta”.
“L’ultima tua opera?”.
“Proprio quest’anno  il mio terzo libro Davanti all’auditorio colpa ha la parola, che si è classificato tra i primi 50 al Concorso Io esisto 2014”.
Tanti dunque, i riconoscimenti di Giovanni Parentignoti, ma quello che tutti dovremmo riconoscere a chi non può, è  proprio nel primo verso della sua Preghiera del disabile: “I miei occhi benedici o Signore, affinché possano vedere dentro me il mondo che fuori ci è stato negato”.


                                                                                                        Ellybetta

giovedì 24 luglio 2014

Intervista ad Antonio Pignatiello

Un artista dello scrivere e del descrivere, Antonio Pignatiello

Un improponibile solitario che scrive dal 2005, ma già nel ’94 esordisce con Il sogno del ladro, un libro ambientato al confine tra la Francia e la Germania nei primi anni sessanta  e che racconta la storia di una prostituta e un rifugiato uruguaiano. Molte altre le sue opere che firma Antonio P. Khazan, in omaggio alle  origini ungheresi; Lui non esiste, un thriller ambientato a Roma sui servizi segreti di un ex appartenente dei Carabinieri, Il falco non dorme con la civetta, indagine di un Capitano della Werhmacht su Rudolf Hess a Berlino nel 1941, Il lupo della Rosa, medioevale, in cui narra la storia avventurosa di un uomo tra Re, Regine, Frati, Streghe e Cavalieri, a Roma, Parigi, Londra, Gerusalemme, Palermo con personaggi storici del tempo, Le mani sulla pelle sotto vesti di seta, erotico e a tinte sessualmente forti, L'inferno non li volle, la storia di un uomo ambientata in Sicilia, Last Blues Bar, in cui la notte di un venerdì santo un uomo e una donna restano chiusi in un bar, Il caso Wrazsosky, un giallo tra Chicago e Roma sui misteri religiosi e l’ultimo, La settima carta, romanzo in cui si intrecciano omicidi in una casa misteriosa, con particolari di magia ed esoterismo rifacenti al Mago del primo novecento Aleister Crowley. Inoltre pubblicazioni di teatro e giornalismo, ma non poesie.
Antonio Pignatiello precisa “Nelle mie opere ho descritto romanzando, ciò che ho vissuto e conosciuto, utilizzando le tecniche del testo poetico dei Russi e di Umberto Eco, di cui fui allievo per la narrazione”.
“Antonio, visto che è anche presente in alcuni tuoi scritti, credi nella magia?”.
“No, sono un materialista convinto, ciò nonostante abbia vissuto molte esperienze in proposito e, per un periodo, ho creduto anche io di fronte a certe evidenze…per esempio, sono stato l’uomo di alcune donne, vere streghe e non solo…ho frequentato pure quegli ambienti, però senza averne mai fatto parte”.   
“Che colore ha per te la passione?”.
“Rossa come il sangue e gialla come il fuoco, con venature blu”.
“E la solitudine?”.
“La solitudine…la conosco, la vivo e spesso a causa solo mia. Credo sia nera, ma non è sempre negativa, bisogna imparare a star bene da soli per star bene con gli altri, ho letto da qualche parte…”.
“Sei religioso?”.
“Non sono cattolico, ma neanche di altra religione. Ammetto di essermene interessato ed anche pesantemente, ma conoscere non significa fare riti magici, almeno nel mio caso”.
“Visto che sei un uomo curioso, cosa ti incuriosisce di più in una donna?”.
“La sua aria, quando cammina accanto a me e quando cammina da sola, cosa trasmette a me e agli altri. Dovrei dire anche le forme, ovvio, non sono ipocrita, anzi… Ma le forme, senza quell’aria che dico, non sono niente…”.
“Il tuo ultimo desiderio?”.
“Ecco, non credo ci riuscirò…essere sepolto in terre danubiane, da dove provengono i miei nonni e dove per istinto mi sento legato, cioè nella Magyaria, l’attuale Ungheria, l’antica terra degli Unni. So bene che è una mia follia, ma me la tengo e non l’ho né mai negata né nascosta. Senza lapidi, nella nuda terra. Senza croci, senza niente, come un uomo che ha vissuto la sua vita e basta e torna alla sua natura. Per il resto non m’importa né di un funerale, né di un ricordo, né di pianti , fiori o altro dell’Occidente”.
“Cosa ti auguri nel prossimo futuro?”
“Nulla, perché la storia mi ha insegnato che gli uomini non hanno compreso nulla, invece per me personalmente, mi auguro di continuare ad essere un uomo del mio tempo con tutti i difetti che mi riconosco”.
Antonio Pignatiello, dunque, non solo scrittore, ma anche un uomo sincero.

                                                                                                    Ellybetta

mercoledì 23 luglio 2014

Intervista a Patrizio Sigona

Trasformarsi in un eroe, attraverso la scrittura, tutto è possibile

“Patrizio Sigona, sei un informatico e scrittore, ma quando e come è iniziata questa passione?”
 “Mi sono scoperto scrittore di romanzi recentemente quando, spinto da amici di vecchia data, ho scritto un libro che in parte riportava fatti ed avvenimenti avvenuti realmente negli anni ’80. Gli anni ‘80 infatti, per me hanno rappresentato il periodo del radicale cambiamento della mia vita”.
“Cosa ricordi maggiormente di quegli anni?”
“Ricordo il periodo di lotta politica che portò ad ottenere esami superati con voto politico e lauree facilmente acquisite, difficilmente riconosciute in seguito, per molti ambienti lavorativi”.
“La tua prima opera come è nata?”.
“L’idea iniziale era quella di raccontare delle mie esperienze di vita quando facevo il conduttore radiofonico presso alcune emittenti private dell’epoca. In realtà non sarebbe dovuta essere una biografia, ma una testimonianza di quell’ evento socio-culturale che cambiò il concetto dell’informazione diffusa via etere. Però ho aggiunto del pepe, un qualcosa di più ampio respiro, che creasse maggiore interesse alla storia raccontata. Oltre all’evento mediatico del tutto rivoluzionario che sancì l’inizio dell’era moderna delle radio e televisioni commerciali, inserii altri fatti avvenuti allora che caratterizzarono la vita di tutti noi: la polizia politica, l’eversione criminale, la rivoluzione studentesca, gli attentati, le brigate rosse, i servizi segreti deviati... con in aggiunta una buona dose di fantasia”.
“Non è che questo tuo primo libro,  La polvere che balla, risulti in un certo senso un po’ autobiografico?”.
“In effetti, in un mix fantasioso di avvenimenti, a sfondo poliziesco, il protagonista da me inventato, l’ispettore Cinti, potrebbe essere la raffigurazione di me stesso, di quello che sono, con le mie insicurezze, le mie paure, le mie difficoltà, le mie gioie ed i miei successi. Come me e come tanti altri, Alessandro vive una vita da impiegato dello stato al limite tra lo svolgere il proprio lavoro al minimo sindacale, per poi trasformarsi in un impavido eroe senza macchia e senza paura”.
“Altri tuoi scritti?”.
“La sindrome del tramonto, un thriller che porta il lettore a riflettere su come oggi sia possibile, non solo manipolare geneticamente diverse forme di vita, ma anche condizionare quella reale, soprattutto dove esiste psicologicamente un terreno fertile, come la sindrome del tramonto, un fenomeno frequentemente osservato nei malati di Alzheimer, conosciuto anche come delirium D. In seguito ho pubblicato La rotta delle principesse, una storia ambientata tra Roma e San Felice Circeo, che porta il famoso Commissario Cinti a scoprire loschi traffici svolti su una rotta che congiunge il Medio Oriente, dove ricchi nababbi non badano a spese per comprare favolose automobili rubate in l’Italia. Da un paio di anni ho terminato Il presagio del cerchio, una storia tutta nostrana che scoperchia il prezzolato business delle concessioni edilizie facili e degli aggiustamenti dei piani regolatori della Roma degli anni ’60. Il primo luglio, invece, ho pubblicato l’ultimo mio romanzo La vendetta del Tokoloshe, in cui il protagonista abbandona il cliché del Commissario capitolino che svolge il suo lavoro solo nei parametri del quartiere EUR di Roma, infatti è ambientato in Sudafrica. Di fatto è un mio tentativo di crescita culturale, abbracciando esperienze e descrizioni più ampie di quelle troppo provinciali del ghetto zonale cui ho fin qui limitato i miei romanzi. Con La vendetta del Tokoloshe ho perso l'appellativo di scrittore dell'EUR, affibbiatomi dai miei amici e concittadini".
Patrizio Sigona nei suoi scritti precisa di puntare il dito su temi che sono ormai incancreniti nel tessuto della nostra esistenza e che non si riescono a debellare del tutto, tra cui la corruzione e l’illegalità, ma nelle sue storie non ci sono mai vincitori assoluti, come i buoni che vincono i cattivi.
“I miei buoni non vincono mai i cattivi definitivamente e il bene non schiaccia mai il male completamente”.


Del resto è proprio come purtroppo accade nella realtà.

Ultimamente Patrizio Sigona ha pubblicato "Quartiere rosso sangue", edito dalla MR Editori. Una spystory che vuole denunciare il degrado di un famoso quartiere di Roma, l'EUR, culla di arte e cultura della civiltà romana ed italiana del '900, in cui l'autore fa giocare al gatto-e-topo i protagonisti, coinvolgendo monumenti e statue in un thriller davvero avvincente.


                                                                                                                  Ellybetta

martedì 22 luglio 2014

Intervista a Stefania Chiappalupi

Il messaggio d’amore in “Occasione unica” di Stefania Chiappalupi

Uno sguardo profondo e magnetico, solare, allegra e divertente, Stefania Chiappalupi. Nata a Roma e vive in Piemonte, con alle spalle varie esperienze lavorative, ma attualmente impegnata nel lavoro più impegnativo per una donna, cioè fare la mamma.
Mentre il suo primo libro è già edito, ne sta scrivendo un altro.
“Stefania, quando trovi il tempo da dedicare alla scrittura?”.
“Solitamente la sera, con calma e senza nessuna fretta”.
“Quando è iniziata questa tua passione?”.
“Scrivo poesie dall’età di dodici anni, infatti da bambina sognavo di fare la poetessa. Ma non ho non ho mai spedito a nessuno i miei scritti, forse per vergogna di essere rifiutata o semplicemente perché pensavo che non fossero interessanti. Scrivevo ogni qualvolta avvertivo un'emozione, un brutto voto, una lite tra amiche, un lutto…”.
“Quando allora la tua prima vera esperienza letteraria?”.
 “Solo quando è arrivata Un'occasione unica, la poesia che ha dato il titolo al mio libro, ho deciso di partecipare ad un concorso letterario presso la Minerva di Torino e vinsi una menzione d'onore. Poi scrissi il libro e dopo tanti rifiuti, tante proposte editoriali a pagamento decisi di autopubblicarmi. Ma meno di un mese dopo mi hanno contattata diverse case editrici e a quel punto ho scelto: Monetti Ragusa Editori, in quanto loro credevano davvero nel mio libro”.
“Perché hai scritto questo libro, dalla trama così scottante?”.
“Diversi anni fa feci un viaggio in Israele e una sera fui coinvolta in un attentato. Fu il tempestivo intervento di un sacerdote a salvarmi, ero caduta e mi stavano calpestando! Insieme cercammo rifugio in diverse botteghe, ma tante furono le porte che ci vennero chiuse. Infine ci aprì la porta una famiglia di fede islamica e siamo rimasti lì con loro finché tutto tornò alla normalità. Volevo scrivere una poesia in merito a questa vicenda ma pian pianino nella mia mente è nata l'idea di un romanzo. Un tacito ringraziamento a questa famiglia di cui non so niente. Magari sono Palestinesi oppure Israeliani islamici, anche se sono solo meno  del 20 per cento. Ma non ho parlato di  politica nel libro, ho solo lanciato un messaggio d'amore”. 
“Mi hai incuriosito troppo Stefania, puoi svelare un po’ della trama del tuo libro?”.
“Un’occasione unica racconta la storia di Lavinia, una giovane agente immobiliare italiana rimasta orfana della mamma, scomparsa prematuramente a seguito di una terribile malattia, quando lei aveva appena  otto anni. Un giorno incontra Sami, un facoltoso medico israeliano, impegnato nella lotta contro la sclerosi multipla. Ma le differenti religioni ostacolano questa relazione”. 

Un libro però quello di Stefania in cui non è possibile rinvenire solo l’amore tra due persone, ma quello universale che dovrebbe essere riconosciuto da tutti, così come lei stessa afferma "Una vita ha un valore molto alto e soprattutto quella di un bambino, a cui viene meno il futuro, la speranza di un domani. E questo vale per tutti i bambini della terra, da Oriente ad Occidente..."(da Un’Occasione unica).

                                                                                                        Ellybetta

lunedì 21 luglio 2014

intervista a Paolo Imperio

Dall’Oriente all’Occidente, Paolo Imperio e la sua scrittura

Un grande interesse per l’Oriente, quello di Paolo Imperio, tanto da avvicinarlo alla scrittura.
“Leggevo, leggevo qualsiasi cosa parlasse di India e soprattutto ascoltavo musica indiana”, con uno sguardo rivolto al passato…
“Come mai questo interesse verso l’India?”.
“Perché mi sembrava un mondo diverso, dove pace, armonia e saggezza, davano l’idea di una possibile alternativa all’insostenibile quotidianità da cui mi sentivo estraneo, quasi fossi un figlio minore di Camus”.
“Quale il tuo primo scritto?”.
“Scrissi, quando ero ancora uno studente universitario, un saggio La musica indiana (Nuovi Editore), ristampato con il titolo di Introduzione alla musica indiana (Edizioni Contributi Scientifici). Un saggio breve in cui raccolsi tutto quanto ero riuscito a sapere sulla musica indiana. Inoltre, in seguito, fondai e diressi anche un bimestrale India”.
“Ma oltre l’Oriente Paolo, il tuo sguardo si è mai posato altrove?”.
“Sì, presto scoprii che una possibile alternativa offerta dall’Oriente, più che in un altrove, andava cercata nel presente. Il mio interesse si estese al resto dell’Asia e la mia scrittura divenne scrittura di traduttore”.
“Quindi da compositore a traduttore, come mai?”.
“La traduzione de Lo Zen passo per passo, di Taisen Deshimaru (Astrolabio, 1981), mi insegnò a cercare l’alternativa attraverso l’introspezione e la meditazione, che ebbi modo di praticare già durante i miei anni universitari”.
“E l’Occidente?”.
“Alcune curiose somiglianze, studiate comparando i sentieri di liberazione proposti dalle varie tradizioni spirituali, contribuirono ad allargare ulteriormente il mio Oriente, fino a comprendere l’Occidente. La traduzione di Aspetti dell’Alchimia tradizionale di René Alleau (Ananòr, 1989), mi fece conoscere un percorso di trasformazione, celato in una simbologia stupefacente”.
“Una traduzione che più ricordi?”.
“ La traduzione o meglio riscrittura che più di tutte mi ha permesso di riflettere, è stata La lingua degli uccelli di Farid Ad-Din Attar (Edizioni Mediterranee, 2002). La soave bellezza della poesia persiana, con il suo delicato misticismo contemplativo, mi ha posto di fronte all’intraducibilità di certe riflessioni orientali, se non attraverso lo sforzo di comprensione e riscrittura di immagini in grado di fare entrare in rifrazione la mentalità del lettore del secolo, riportando l’immaginazione presente alle contemplazioni del passato, annullando lo spazio tempo”.

                                              
                                                                                  ellybetta